A.N.A.A. - Associazione Nazionale Alopecia Areata

Alopecia areata - Il supporto psicologico: perché curare la mente fa ben anche al corpo PDF Stampa E-mail

Dr. Giuseppe Hautmann
Psicologia Clinica
Firenze

“Ciascuno di noi nasce con una doppia cittadinanza: una del regno del benessere, l’altra del regno della malattia” – scrive Susan Sontag nel libro La malattia come metafora, e aggiunge: - “Anche se tutti preferiamo usare soltanto il passaporto buono, un giorno o l’altro ci toccherà di identificarci come cittadini dell’altro paese, almeno per un certo periodo”. Sono molte e complesse le forze che hanno il potere di influenzare la nostra permanenza nel regno del benessere piuttosto che l’ingresso in quello della malattia: ereditarietà, biologia, sviluppo nell’infanzia, ambiente, alimentazione, attività fisica, e nonultima la fortuna. A volte precipitiamo al di là del confine, per esempio quando un ‘auto sbanda e sfugge al controllo o un virus influenzale ci butta a terra. Più spesso ci capita di perdere semplicemente la strada e di trovarci in territorio nemico. Le ragioni di tutto questo includono anche fattori psicologici impalpabili che, pur non causando di per sé un malessere fisico, possono però scatenare, peggiorare o prolungare i sintomi.

In alcune condizioni patologiche, tradizionalmente dette malattie psicosomatiche, i fattori emotivi non soltanto sono presenti, ma addirittura sono dominanti.

Ciò non significa che questi problemi, e la sofferenza che provocano, siano falsi o immaginari; signififca piuttosto che possono insorgere in un momento di crisi esistenziale, acutizzarsi in situazioni di stress e migliorare quando le circostanze volgono al meglio o l’individuo impara ad adattarsi, come pure possono indurre importanti risvolti sul piano psichico. Quasi tutte le malattie del corpo interessano la mente. Un numero pari almeno al 65% dei pazienti ricoverati in ospedale sviluppa disturbi mentali, soprattutto disturbi d’ansia, depressione e disorientamento che non di rado richiedono una cura.

Circa un terzo dei soggetti affetti da una malattia fisica sviluppa una depressione clinica e i disturbi d’ansia sono quasi altrettanto comuni.
Pochi fra coloro che sperimentano difficoltà sia fisiche sia psicologiche si rivolgono a uno psichiatra di consulto (specializzato in problemi legati a malattie fisiche e al loro trattamento) oppure ad un terapeuta di qualunque tipo.
I pazienti, le loro famiglie o i medici curanti sono spesso riluttanti a suggerire o ad accettare una visita psichiatrica: erroneamente ritengono che sia normale per chi soffre di una malattia seria essere depresso, ansioso o disorientato, oppure pensano che le cure psichiatriche non possano essere di giovamento.

Eppure come ha dimostrato chiaramente e con precisione la ricerca, i pazienti ospedalizzati che ricevono le cure psichiatriche di cui hanno bisogno vanno incontro ad un minor numero di complicazioni, hanno degenze più brevi, incorrono in spese ospedaliere minori, e presentano un tasso di mortalità meno elevato.

E’ evidente quindi che curare la mente fa bene anche al corpo. Molti pazienti affetti da alopecia areata, pur sapendo che la loro dermatosi non è una malattia grave, si rivolgono sia al dermatologo (e spesso a molti, in un lungo peregrinare alla disperata ricerca di un rimedio, e per lunghi periodi) sia allo psichiatra/psicologo preoccupati anche per il loro aspetto estetico che si ripercuote a livello psicologico con significativo disagio, tale per cui il paziente si sente emarginato, valutato e giudicato ed escluso per la sua malattia.

Tuttavia questo disagio non sempre è comunicato direttamente, ma il loro stato d’animo, la loro esperienza emotiva che provano è spesso quella di una penosa sensazione di imbarazzo e vergogna, talora anche frammista a sensi di colpa; questa sensazione è spesso suggerita ad un occhio competente ed attento anche dal loro comportamento. Spesso durante la consultazione tendono a chinare il capo, a curvarsi, abbassare gli occhi ed evitare così di guardare, suggerendo l’idea che voglia farsi piccolo, tanto da passare inosservato, ed eviti di vedere per non essere visto, annullando magicamente la realtà dell’essere esposto allo sguardo altrui.

Spesso i soggetti mostrano timidezza, insicurezza e una bassa considerazione di se stessi e le donne si sentono menomate e limitarte nella propria femminilità….

Uno dei sentimenti più frequentemente da me riscontrati in queste persone è appunto la vergogna e l’imbarazzo, nonché il senso di vergogna, inteso come vergogna preventiva o angoscia di vergogna.

Vergogna come segnale intra- e inter-soggettivo che si è subita o si sta per subire una umiliazione. I racconti delle esperienze soggettive dei pazienti mostrano prima di tutto la percezione degli effetti corporei a cui sembrano alludere i loro commenti sulle proprie sensazioni: sentirsi avvampare, impallidire, roderse lo stomaco, sobbalzare, girare la testa, svenire, etc… A queste sensazioni soggettive si aggiungono spesso fantasie specifiche e molto significative, quali quelle di sparizione (sprofondare, farsi piccolo, morire, rendersi invisibili), quelle della nudità (sentirsi scoperti, spogliati) e quelle di paralisi (pietrificati, bloccati, irrigiditi).

Questi pazienti, nella gran parte dei casi, sembrano presentare un comune denominatore di tutte le situazioni umiliantied è la constatazione della propria impotenza, impotenza a dimostrarsi come vorrebbero e impotenza a non mostrarsi quando non lo vorrebbero e quindi la vergogna conseguente è, al di là degli specifici contenuti, vergogna della propria impotenza, e, secondo me, precisamente vergogna di se stessi in quanto impotenti.

Ma allora come poter aiutare queste persone il cui disagio psichico è spesso così grande? Bisogna affermare subito a chiare lettere che una soluzione certa e valida per tutti non esiste.

E’ mia personale convinzione che il primo passo per qualsiasi supporto psicologico consista fondamentalmente nell‘ascoltare. Ascoltare davvero.
Noi, medici, psicologi, psichiatri siamo lì per quello, ed è questo il nostro lavoro; e sappiamo anche quale straordinaria sorpresa sia per le persone che arrivano da noi dopo innumerevoli naufragi, cioè dopo ripetute esperienze frustranti, dapprima con i propri genitori (una giovane paziente alopecica mi diceva: ”Mia madre non aveva interesse per me, per come ero ….

Subito mi diceva come dovevo essere….”) e poi con insegnanti, medici e burocrati vari, ed anche innamorati e coniugi, quale rivelazione sia scoprire che il terapeuta è una persona recettiva e disponibile, che sta davvero ad ascoltarli.

Solo attraverso un ascolto rispettoso dei loro problemi, sentimenti, stati d’animo, è possibile comprendere qualcosa di più circa il funzionamento mentale della persona che ci sta davanti e formulare una ipotesi di lavoro.

Ipotesi di lavoro che non può essere codificata e uguale per tutti, ma che nasce appunto dall’aver saputo ascoltare rispettosametne il paziente e pertanto varia da individuo a individuo.

 

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